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La caldera del Chilimangiaro scoppiò

La bella vita frizzante di cui Gaia tutt’attorno si era circondata, si era arenata. E anche Gaia stessa si era un po’ assopita. Ma poi, un bel secolo, si risvegliò con uno sbalzo di pancia e si meravigliò di questo sonno narcotico. Cosa era successo? Tutto filava liscio, liscio, liscio, troppo liscio. La vita scorreva come da impiegati statali, tutti i giorni la stessa cosa. Mr. Brown nei testi scolastici inglesi, per imparare l’orario: Gets up at half past six, shaves at twenty to seven, has breakfast at seven o’clock, catches the train at a quarter past seven, starts work at 8 o’clock e così via. Che noia. Ogni creatura sulla crosta viveva la sua vita tranquilla, faceva figlie come da programma, le cresceva e, se non cadeva preda della fame di qualche altra creatura, ricominciava daccapo.

Il Vesuvio sbuffò una nuvolona nera corvina.

Ci voleva un disturbo, pensò Gaia, un guastafeste, un caos vero che avrebbe rimesso in moto la vita. Un bel terremoto globale o l’eruzione di trenta, quaranta vulcani?

Il rigagnolo. – Gaia, nel ripensarci, fù colta di nuovo da un brivido, e tutta la crosta si dondolava in un dolcissimo terremotino.

La sensazione del contatto con l’altro, vivo e imprevedibile, che si muove di propria iniziativa, su percorsi inattesi.

I geyser di El Tatio spararono scrosci e schizzi da vero fuoco d’artificio, tanto da inondare quasi tutto il deserto dell’Atacama.

Nella sua giovane vita Gaia era stata bombardata infinite volte da enormi massi cosmici durissimi che immediatamente si trasformavano in vapore. Fino al giorno in cui una minuscolissima parte di questi era finita su un masso di crosta solida, imperioso e molto spigoloso che galleggiava sui suoi brodi ribollenti.

E di lì scorreva per conto suo. Esattamente in direzione del suo cuore.

Un momento minuscolo che aveva cambiato per sempre la vita di Gaia.

Il Mount St. Helen si riscaldò talmente che si sciolse tutta la neve in cima al suo cratere e si precipitò nel deserto di rocce magmatiche a valle.

Per milioni e milioni di anni Gaia aveva dovuto riflettere, faticare, ripensare, muovere, far funzionare e potenziare tutte le sue capacità intellettive, pur di vivere ancora una volta un rigagnolo con effetto tuffo al cuore. Il suo brodi ribollenti lì per lì si erano talmente agitati da ingurgitare proprio tutti i pezzetti di crosta solida.

Quindi? Creare nuova crosta solida, calare le temperature esterne, poi calibrare il campo magnetico in modo tale da attirare questi massi verso di lei, evitando che passassero di lato, senza atterrare. E infine creare e mantenere esattamente la piccolissima spanna di temperatura, in cui questi durissimi proiettili celesti non si trasformavano subito in gas. Un compito decisamente difficile, considerando le sue temperature abituali. Sviluppò un finissima sensibilità che non aveva mai conosciuto. Quando ci era riuscita, Gaia era diventata adulta.

Con fischi e sibilii, l’Etna lanciò qualche migliaio di saette virulenti nella stratosfera.

E all’acqua Gaia piaceva.

Venne. Ne venne tanta. E rimase.

Essere liquida, viva, creativa. I gorgoglii, gocciolii, fragori, zampilli, spruzzi, spumeggi, scrosci e tempeste si udirono fino ai buchi neri più remoti che ne furono molto impressionati.

L’acqua permeava la crosta, la rendeva più morbida e elastica. E ovviamente scorreva, per l’infinito piacere di Gaia. Formava pozzanghere, acquitrini, paludi, rigagnoli, ruscelli, laghi, fiumi, riempiva i crateri quiescenti. Formava mari e oceani. Per un tempo infinito Gaia visse tutti questi movimenti con crescente meraviglia e piacere, addirittura si formava un pochino di ghiaccio sulle calotte, una temperatura mai provata.

Fino al giorno in cui emerse del magma in uno di questi crateri già riempiti del meraviglioso liquido, e continuò a sgorgare interagendo gentilmente con l’acqua. E così i due, acqua e magma, diedero l’impulso ad una nuova rivoluzione.

A quella delle creature.

Lo Strombili prese a sbuffare e a cracchettare fiondando in veloce successione degli anelli di fumo in aria.

Gaia, in un primo momento, non capì affatto cosa stesse succedendo. C’era questo groviglio di acqua, magma e crosta che poi a un certo punto iniziava a ridacchiare. Ridacchiare? Si, Gaia lo sentiva benissimo.

Aveva dovuto indagare a lungo e molto nei dettagli finché non capì che là, dove l’acqua si incontrava con il magma, si mangiava! Generando poi delle repliche dei mangioni. E questi, dal gran divertimento, ridacchiavano.

Che vita! Le acque si riempivano di formicolii, brulichii, turbinii e Gaia amava alla follia questo brulicare, pullulare. Poi aveva dotato queste creature di un pochino di curiosità e queste erano approdate anche sulla crosta asciutta, dove, per sopravvivere, era richiesta capacità di adattamento.

Con il sistema try-and-error, le creature avevano imparato a tastare l’ambiente e ad adeguarsi. Costruivano capacità di memoria con tanto di abilità di richiamare quanto ivi memorizzato. Tutto questo vivacissimo processo era costata la vita ad innumerevoli creature. Ma Gaia amava l’abbondanza: se una cellula muore, ecco che ne nascono altre centinaia di migliaia. La terra è ricca e c’è posto per tutti.

Le fumarole nelle solfatare esalarono notevoli quantità di acido solfidrico, mentre gli hornitos, dotati di un resistentissimo mantello di ghiaccio, spararono anche qualche residuo solido.

Queste creature non si nutrivano solo di minerali, ma si mangiavano anche a vicenda. Così erano garantiti ordine e pulizia. Quindi esse non procreavano la prole soltanto per la sopravvivenza della specie, ma anche come foraggio per gli altri. Questo fatto era doloroso, quindi inventavano protezioni di ogni sorta, veleni, controveleni, nascondigli e metodi per scoprire i nascondigli, strategie di difesa e di attacco, mimicrì e appostamenti, il tutto per mangiare senza essere mangiati dagli altri, cosa che riuscì soltanto molto tempo dopo la fine di questa storia. Ma questa è un’altra storia.

E subito dopo Gaia aveva inventato ancora altri perfezionamenti.

In seguito ad un piccolo terremoto, all’improvviso il conetto di scorie del massiccio del Bambouto in Camerun crollò, ne discendevano chiassosissime valanghe di detriti che si sparsero ai quattro venti.

Perché, in un momento di tumultuoso stravolgimento del suo magma, a Gaia era venuta la splendida idea di associare le cellule. Divisione del lavoro. Una cellula mangia e digerisce, l’altra sfrutta le sostanze nutritive e produce la prole – con lo stesso schema di associazione di cellule, si capisce. Il punto focale di questa sfavillante idea era il fatto che non aveva bisogno di due cellule diverse per creare un’associazione. No, Gaia adoperava due cellule completamente uguali, attivando e disattivando le varie funzioni, a seconda dell’esigenza. Click, clack. Idea geniale.

A ritmo di walzer, l’Isola di Beethoven catapultò lapilli fruscianti in alto, questi poi ricascavano ticchettando sul ghiaccio che, liquefatto e granuloso, finì effervescente nelle gelide acque antartiche.

Più era forte il chiasso del magma, ormai quasi completamente rinchiuso tra crosta e acqua, più eccellenti erano le idee di Gaia. E non c’era limite alla ricchezza delle combinazioni con questo strabiliante concetto clickclack. Anche le cellule stesse così associate s’ingegnavano, inventavano nuove specializzazioni, nuove creature. Il numero delle cellule in associazione aumentava, e queste si specializzavano sempre di più. Più erano, più potevano imparare, memorizzare, richiamare, riflettere, creare, configurare, crollare, perché la combinazione non funzionava, e ricominciare, percepire i colori, crearne dei nuovi. Udire. Una incredibile molteplicità di vita titillava, saltava, zompava, precipitava e sgambettava sulla crosta di Gaia, la penetrava, la rovistava, la rimodellava, creando addirittura un involucro di gas, che a sua volta diede inizio allo sviluppo di creature completamente nuove, inverse e complementari. E lei, per milioni e milioni di anni tremava e vibrava dal piacere.

E ora? Tutto aveva ingranato una marcia monotona. Wellness totale. Staticità planetaria.

Insopportabile.

I frastuoni emessi dal Tajumulco in Guatemala ruppero parecchi timpani.

Ho bisogno di un guastafeste, ma di uno colossale, pesò Gaia. Uno che stravolge tutto, che confonde le creature amanti dell’ordine e della casa, uno che non lascia nulla com’era, che crea trambusto, sconsacrazione, subbuglio, sconquasso, anarchia, babele, caos.

Gaia rifletteva per alcune migliaia di anni pensando al formicolio e ai salterelli. Come poteva rimettere slancio in questa vita? Uno dopo l’altro i vulcani si svegliavano, fumavano, gorgogliavano, i geyser spruzzavano le loro acque scottanti, in grandi quantità o non affatto, a seconda dello stato emozionale di Gaia.

Contrasto e movimento, ecco quello che mancava alle creature! Scambio, multiculturalità, rischiosità, spavalderia, sfide, so fare cose che tu non sai!

Ma le creature ormai avevano organizzato tutto in un equilibrio perfetto, le creature figlie si adeguavano alla vita preprogrammata dalla creatura madre. Era molto comodo così e comunque non veniva loro in mente null’altro.

Una prole ribelle.

Si, appunto: piccolina! La rivoluzioncina con le minuscole.

Il Nevada Ruiz, lì da quelle parti dove già fa tanto caldo, si eccitava all’idea di una prole ribelle e, entusiasta, sputò spettacolari schizzi di lava incandescente nel cielo, così in alto che li si poteva osservare anche da Marte.

Come faccio ad inventarmi una prole ribelle? Sarà pur sempre semplicemente uguale alla madre creatrice.

L’acqua spruzzata dei geyser fù risucchiata dalla crosta senza che fosse prodotto nuovo rifornimento del liquido.

Questo loro potere assolutistico e noioso di ricalcare se stesse nelle creature figlie, lo devo inibire un volta per tutte.

Due?

Due matrici per una riproduzione?

La caldera del Chilimangiaro esplose in centomila pezzi.

Due per uno. Due creature diverse, per creare nuove forme di vita. Vediamo…. Una creatura elefantica e una grilla? Faranno una cangura. Bellissimo.

Il Mayon sulle filippine produsse una grandinata di sassi di media dimensione.

Una polipa e una ragna? Fanno una creatura con mille piedi. Divino!

Lo stratovulcano Oraefajokull eruppe e lanciò fuochi e fiamme con mira precisa nel cielo stellato.

Una rondine e una cavalla fanno…? Una cavalla alata! Che idea!!

Il Galeras mandò nell’aria vampate di alito infernale e vomitò lava a 1100 gradi dalle sue gole profonde.

Mbe, no. Le sue stesse leggi della fisica erano quelle, e Gaia non poteva cambiarle. Che se ne faceva una cavalla delle ali? Non poteva certo volare. Troppo pesante.

Le calotte si congelarono, e per diversi millenni fece un freddo cane.

Ma il magma continuò a rumoreggiare, perché giù giù giù in fondo, nel nocciolo più bollente, intuiva che l’idea non era esaurita.

E se prendo due creature della stessa specie? Tanto, perfettamente uguali non potranno essere. Ancora il dualismo, principio stesso della mia esistenza? Positività e negatività? Jin e Jang, luce e ombra? Con le interazioni forti, scambio di contraddizioni, coabitazione delle incongruenze, unioni dalle tendenze opposte. Con reciproco disfacimento, annichilimento, stroncamento, sterminio, pulsione distruttiva per liberare nuovamente energia e spazio? Perché nulla possa mai essere eterno?

La bella Afrodite, dea limpida e serena, emblema stessa dell’amore, con Ares, il dio della guerra, devastatore, sanguinoso? Come è noto, genereranno una figlia di nome Armonia.

Niente male, scoccava nei suoi pensieri Gaia, e il Krakatau si liberò di un immenso tappo di lava che subito scoppiò in un raggio di 350 gradi, con grandi botti e fracasso.

Quelle creature flemmatiche, ora – a dire il vero – alquanto innervosite dai vulcani tramubustuosi, avrebbero bisogno di un partner, un alter ego pari e antitetico per procreare.

Che tormento divino.

Dunque, se…

Gaia si mise al lavoro con la massima concentrazione.

Era un lavoro scientifico minuzioso e complesso. Qualsiasi errore, per quanto piccolo possa essere, faceva saltare tutto il sistema, creava dei mostri, ma le prospettive di un grandioso generatore di caos erano talmente interessanti che Gaia non si fermò un minuto. Ricominciava da capo migliaia e migliaia di volte, per far combaciare alla perfezione le spirali dell’informazione genetica della creatura con quelle del “alter ego”,  come i pezzi di un puzzle.

Alla fine il Gunung Agung applaudì con una tempesta vulcanica di massima eccellenza.

E Gaia si rese conto di essere stanca morta. Aveva certosinato, lavorato per alcuni milioni di anni, quasi senza dormire, ma le scissioni e fusioni funzionavano stupendamente.

Ora si trattava soltanto di impacchettare questo omologo antitetico per l’uso pratico. Incurante della sua stanchezza, Gaia creò ancora un creaturino sobrio, semplice, dotato di forza e grande volontà di distribuire le sue preziose informazioni in modo più ampio ed esteso possibile e, eccitata in previsione del caos vitale che di lì a poco si sarebbe scatenato, trasse un sospiro di sollievo. Replicò all’infinito il creaturino e li lanciò tutti all’attacco delle creature.

Ma, le creature, autonome e autosufficienti, non li degnavano della purché minima attenzione. Non li notarono affatto, e i distributori funzionali e sobri delle informazioni genetiche rimasero lì impacciati.

Gaia si innervosì e il Raikoke sgorgò fanali di profondo rosso dalle sue fauci focose.

E già, ho dimenticato di disattivare la procreazione per divisione delle cellule nelle creature, pensò Gaia, stanca da morire, e subito corse ai ripari. Clack, clack, clack. Le creature mangiavano come prima, e non potendo più procreare, s’ingrassarono a dismisura e scoppiarono a miliardi.

Le restanti creature rimasero senza prole. La crosta si svuotò e desertificò, e i portatori delle informazioni genetiche producevano e spargevano a vanvera le loro preziose informazioni. Poiché nessuno mangiava i cadaveri, la terra cominciò ad emanare una puzza terrificante.

Il lago di vetriolo lassù nel Himalaja tracimava gorgogliando e spumeggiante.

Allora Gaia, barcollando dalla stanchezza, spazientita e sempre più irritata, dotò di maggiore aggressività i sobri e funzionali distributori di informazioni genetiche. E questi immediatamente cominciarono a lottare tra di loro.

Il Popocatepetl sputò settecento milioni di tonnellate di diossido di zolfo.

No, non ha senso, pensò Gaia in un ultimo sforzo di lucidità e rinunciò, nera più che mai di rabbia. Riattivò le funzioni di procreazione per divisione delle cellule; click, click, click, altrimenti avrebbe dovuto ricominciare da capo con tutta la creazione della vita. Poi disattivò del tutto i distributori sobri, funzionali e litigiosi, di informazioni genetiche – clack, clack, clack, clack – e, arrabbiata da morire, non pensò più niente.

Il Pinatubo vomitò un’ultima terribile e densissima nuvola di fumo nero notte che avvolse crosta e oceani tanto che gli altri corpi celesti cercavano Gaia e videro soltanto la sua fedele luna che continuava a girarle intorno. Non succedette più nulla.

I vulcani tacevano, i geyser spruzzavano qualche schizzo di acqua calda, ma senza voglia, gli oceani dondolicchiavano nella totale assenza di vento. La crosta sfruttava la calma inattesa per consolidarsi un po’ e le creature la ripopolavano dopo la strage del blocco della divisione cellulare. Ma la vita era più noiosa che mai.

Gaia dormiva.

Quando si risvegliò dal sonno ristoratore, alcune centinaia di migliaia di anni più tardi, tutto le sembrò fin troppo logico.

La faccenda della riproduzione nasceva per la gioia di vivere. E se le creature non sviluppavano alcun interesse nel distributore di informazioni genetiche, funzionale sì, ma noiosissimo, lo si doveva al fatto che non aveva proprio nulla di attraente, e premessa per una relazione prosperante è la reciprocità di due individui. Avrei dovuto dotarlo di un profumo francese, pensò.

Il Cazamura gorgeggiò con vigorosi colpi di tosse, e starnutì anche più volte.

Le informazioni di compatibilità passano per la via olfattiva. La testa – nel senso dell’imparare e sapere e pensare – non ha nulla a che fare con la procreazione. Ah sii, un profumo delizioso, pensò Gaia elettrizzata, inebriante, che da alla testa. Lo si segue, come i cartoons nei film Disney, quando sentono la fragranza del mangiare, e lavanda, gelsomino, aglio e rosmarino, tanfo, cardamomo e cannella. E potrei anche vestire il partner portatore delle informazioni genetiche di colori appariscenti, seducenti, cangianti, che colpiscono, e poi, quando questo si muove, sarà tutto uno scintillio, luccichio, uno sfavillamento e uno sfolgoramento, pensò Gaia, e il suo magma, confuso, prese a gorgogliare e a sparare mortaretti.

Forme benfatte, eccitanti, colori, creatività, estro, espressività, Canova, van Gogh, e il lucicchio delle lucciole, sperperava Gaia. “Che cos’è un van Gogh?” chiese il magma in un improvviso attacco di sobrietà. “Non lo so neanche io, tanto lo vedremo,” rispose Gaia.

E cantare, siii, cinguettare e cicalare, tubare, ruggire, gracidare e schiamazzare con voce vellutata e suadente, grossa, impastata e cristallina, imperiosa e tremante,  bianca e beffarda, languida e da zanzara, andantino amabile. Colerò oro nelle loro gole, giubilava Gaia, galvanizzata. E poi, quando saranno finalmente innamorati, il timbro sarà gutturale, carnale, flessuoso, infatuante. Gaia aveva i capogiri. Musica, armonie, melodie, ritmi, Mozart, maracas e Callas. Ballare! Tip Tap e salsa. E il tango muto dei ragni.

“E lo stomaco,” chiese il magma estasiato, “il palato?” Spilluzzicare, bisbocciare, crapulare, trangugiare, sorseggiare, sbornie, delizie, ghiottonerie, rutti, aromi, spezie, gaudio e goduria, basilico amore e gelosia, tanfo, un pollo al curry e panforte.

L’eccitazione di Gaia aveva contagiato anche le creature; accalorate, irrequiete e burrascose correvano come in un formicaio per ogni dove. Più vibravano, sguazzavano, svolzzavano sulla crosta, nelle acque e nei cieli, più si infuocava Gaia. Le coccole, esultava, sfiorarsi, tastarsi, guardarsi negli occhi, blues, stringersi, ancheggiare, carezzare, coccolare, abbracciare, palpeggiare, pomiciare, sbaciucchiare, assaporare, graffiare, solletico, titillare, bramare, impadronirsi, conquistare, desiderare, ammaliare, barcollare, abbindolare, affascinare, catturare, diabolici, infatuati, anestetizzati e storditi, scatenati, flamenco e danza del ventre, sul vulcano, rock da far saltare le pietre, ritmi folli, desiderio, voglia, effluvii, vertigini, furia, rabbia e goduria. Nessun pensiero, nessuna ragione, senza ritorno.

Nel pensare alla voglia e ai piaceri, Gaia si era talmente riscaldata che il ghiaccio al polo nord si era completamente sciolto, e le temperature del poco ghiaccio rimasto nel antartide erano salite ben oltre i livelli di guardia.

Per l’amor del cielo!

Le acque erano salite fino all’Himalaya, tantissime creature e noiosi distributori di informazioni genetiche erano annegati, altre – poche a dire il vero – si erano adeguate ad una vita sott’acqua. La crosta annegata si era rammollita nelle acque calde, soltanto il Mount Everest e altre montagne molto alte erano ancora all’aria, e i vulcani eruttavano sott’acqua causando dei tsunami terribili con gigantesche onde devastanti, mentre la lava scottante si solidificava sott’acqua formando figure bizzarre.

Gaia doveva congelare immediatamente tutti questi pensieri.

Risucchiò velocemente il magma dai crateri dei vulcani bevendo non poca dell’acqua che venne appresso, e le andò di traverso. Tossì da far tremare e vacillare tutta la sua crosta. Poi regolò i fattori climatici su massimo congelamento e chiese aiuto al sole con i suoi venti e anche alle tempeste spaziali di passaggio che facevano un rinfrescante giro extra introno a lei. Gaia rimase immobile, costrinse il magma a stare zitto e fermo, e ebbe una voglia quasi invincibile di continuare a creare la bella vita frizzante in due, che si era appena inventata.

Passarono alcune centinaia di migliaia di anni nell’immobilità più assoluta, ma poi si formarono di nuovo i primi cubetti di ghiaccio al polo nord. Gaia trasse un cautissimo sospiro di sollievo e aspettò ancora. Quando le acque si erano raffreddate e calate tanto da far riemergere il Monte Cuma, ricominciò, molto soavemente, a riflettere sulle idee turbolenti, che a momenti l’avrebbero fatta annegare.

Dunque, la procreazione deve essere, diciamo, “gradevole”, pensò Gaia sempre con la massima cautela osservando il polo nord. Questo non si mosse neanche un po’.

E il secondo oggetto, di cui ha bisogno una creatura per procreare, l’alter ego, il partner, necessita di tutti gli organi sensoriali e di comunicazione per far avvenire “quanto sopra descritto”. Gaia si sforzò ad esprimersi nel modo più sobrio possibile per non riscaldare se stessa e le amatissime, sebbene pericolosissime acque tutt’attorno. E deve essere interessante abbastanza da farne venir voglia alla creatura. Ma le funzioni di divisione e fusione delle informazioni genetiche sono perfette. Non devo cambiare nulla. E se…. hmmm…., le caricassi semplicemente in un partner alter ego ad immagine e somiglianza delle creature matrici?

Al Fuji Jama, che stava da poco riemergendo dalle acque, venne il singhiozzo bollente. I fattori climatici preoccupatissimi, si avvicinavano allo zero assoluto. Il polo nord cumulava un iceberg spettacolare.

Dunque: prendo una creature matrice, disattivo la funzione di divisione delle cellule finalizzata alla riproduzione. Clack. Riattivo tutte le funzioni per la divisione e fusione delle due spirali con scopo di riproduzione. Click. Trasferisco le informazioni genetiche dove? Nelle ovaie. Fuori le informazioni genetiche delle creature, dentro quelle dell’alter ego. Bene. Disattivo l’utero. Clack. Gli attribuisco le funzioni di strumento di proiezione delle informazioni genetiche. Ma non dentro, fuori. Porto fuori anche i contenitori delle informazioni genetiche del partner alter ego, ovvero le ex-ovaie. Devono essere sempre pronti. Le sise? Non servono al partner alter ego. Non deve mica allattare. Via! – Ma no, che brutto! Lasciamole, e disattiviamo semplicemente le funzioni, niente crescita, niente grasso, niente latte, niente piacere, clack, clack, clack, clack. – Cioè, piacere? E perché no? Click.

Ma poi, quell’utero trasformato in strumento di getto delle informazioni genetiche potrà fare ben poco, se rimane così moscio a penzoloni. Quello deve sparare con mira precisa. Ci mettiamo un osso?

Al Pelée caraibico stava per scappare un tappo di scorie dalla sua lunghissima canna fumaria. No, pensò Gaia, troppo scomodo. E il tapp riscese giù nella canna.

Dovrei inventare qualcosa del tipo come si monta e si smonta la panna, pensò Gaia con la massima cautela. Per carità, non sia mai che il polo sud se ne accorga delle mie macchinazioni rivoluzionarie? Ma quello ormai era preso dalle sue temperature minime e accatastava ghiaccio che era una vera gioia.

Un pompa per aria compressa. Attivata dalla voglia.

A Gaia venne la pelle d’oca e i brividi, tanto da far tremolare tutte le acque oceaniche.

Aria? E da dove arriverebbe? E poi l’aria è troppo secca. Qui abbiamo bisogno di una lubrificazione perfetta: una pompa per pressione sanguigna ad azione chimico-fisiologica, pilotata dalla voglia. Ecco la soluzione. Bene.

E di nuovo Gaia – zitta zitta e con molta calma – prese a combinare a disgregare la chimica, la fisica, i flussi energetici e le sinapsi, programmava l’acqua e dotò le creature matrici e il partner alter ego di organi lubrificanti, sempre con un occhio sul polo nord e uno sul polo sud.

Ma i due poli erano entusiasti dei bellissimi massi di ghiaccio, che avevano creato, non notarono proprio nulla, neanche il lontanissimo Chilauea che si stava gonfiando come un pallone perché le sue camere sotterranee si stavano riempendo di lava pressante.

“E se poi le creature e gli alter ego non riescono ad andare d’accordo?”, chiese il magma.

“Anche noi due riusciamo ad andare d’accordo. Io ho bisogno dei tuoi fuochi e tu hai bisogno della mia intelligenza. E anche di tante altre cose ancora.”

Il magma digrignava i denti roventi tanto da far oscillare l’intera crosta terrestre e gli iceberg cominciavano a dondolare.

“E l’istinto materno?”

“L’istinto materno cosa? Le creature ne hanno bisogno.”

“Ma l’alter ego no! A lui lo devi disattivare, visto che hai già disattivato la produzione del latte.”

Ora era Gaia a digrignare i denti, perché non ci aveva pensato affatto.

Siccome non sapeva come rispondere, decise di lavarsi i denti, mandando in attività massima tutti i geyser della terra. “Con i denti puliti riesco a ragionare meglio”, spiegò al magma. Questi invece non manifestava alcun interesse in una pulizia dei denti, – per fortuna, perché un’interazione planetaria tra denti magmatici e geyser avrebbe prodotto degli effetti inimmaginabili.

Dunque, crescere la prole? Ma logico, no? Lo faranno le creature che, da sempre, sono programmate per questa attività. Nei partner alter egoistici, tutte le funzioni materne si disattivano. Punto e basta.

“Non potranno fare, vedere nulla?” chiese il magma, triste e offeso. “Questo bellissimo gioco d’amore tra genitore e prole? Nulla? Il crescere, l’impacciataggine, gattonare, alzarsi, camminare? Volare? Proprio niente? Ma, non volevi creare un partner somigliante E paritetico?”

Ora, tutti e due digrignavano i denti, e la crosta terrestre, che già aveva subito un bel lavaggio dai geyser, cominciò a vacillare e subì degli strappi, mentre gli iceberg si scontravano rumorosamente.

“E va bene”, indietreggiò Gaia, “hai ragione.” Tutta la vita si era sviluppata secondo il principio del life-long-learning, e ora una creatura o un suo partner alter ego avrebbe perso completamente determinate capacità? E no, sarebbe contro tutti i principi della vita stessa.

Allora, dobbiamo programmare anche la distribuzione dei compiti. Almeno un pochino, per il resto dovranno trovare le soluzioni loro, altrimenti si tornerebbe alla noia di prima. In ogni caso si dovrà rispettare la logica del principio di un po di yang nel jin e viceversa.

Fù una nuova fase di turbolenze tra Gaia e il magma, che, in questo caso, voleva difendere gli interessi dell’alter ego.

Molto dell’istinto materno rimase attivo nelle creature e poco nel partner alter ego. Il vuoto fù riempito con forza fisica e un potenziamento delle sue abilità di sparare. Entrambi dimenticavano l’aggressività che Gaia aveva impiantato all’alter ego a suo tempo. Per la capacità di amare si accordarono su un quasi equilibrio, anche se con molte sfumature, mentre per il principio del potere ci fù uno scontro molto forte, dato che sul potere avevano dei concetti molto divergenti. Non vinse nessuno.

E alla fine tutto era possibile, soltanto il principio della produzione dell’uovo rimase compito esclusivo della creatura e l’inseminazione esclusivo dell’alter ego. Per il resto, anche il partner alter ego mantenne un pochino di istinto materno. Quindi era anche ipotizzabile che costui potesse potenziarlo talmente da crescere lui i piccoli, mentre la creatura-madre voltava le spalle a tutti e se ne andava per i fatti suoi. Oppure che una creatura andava a caccia procurando il cibo per tutta la famiglia, mentre l’alter ego padre si limitava a comandare, avendo tanta forza fisica, ma non abbastanza grinta – o volontà – per la caccia e l’equa distribuzione del cibo in famiglia.

Durante tutta la vivace discussione, le zolle terrestri scivolavano a destra e manca a seconda di chi di volta in volta credeva di avere le ragioni più convincenti, e alla fine si ritrovarono in una conformazione completamente diversa.

Infine il Tobalčik in Kamčiatka diede sfogo a tutti i bollenti spiriti, con tuoni assordanti sparava giganteschi blocchi di lava sibillante e svampante nella neve eterna, facendo sciogliere il ghiaccio, poi inghiottì tutto l’enorme lago che si era formato nei suoi crateri e fù così che il magma tutto giù in fondo si scontrò focosamente con l’acqua. Che, trasformata di colpo in vapore, fece saltare in aria tutta l’immensa crosta terrestre sovrastante. I pezzi ricaddero sulla crosta a centinaia di chilometri di distanza. Il Tobalčik scomparve completamente lasciando il suo inverso: un imbuto gigantesco di profondità insondabile.

Una creatura elefantica di nome Ermenegilda stava di fronte ad una bella magnolia, la misurava con gli occhi e, con l’acquolina in bocca, meditava da che parte iniziare lo spogliamento della stessa. Prima le foglie così tenere in alto? Per poi scendere lentamente? O prima quelle forti e vigorose in basso per risalire passo passo e concludere con quelle succose e tenere sùsù in alto, per tenersi poi a lungo il sapore delizioso in bocca?

Pensò tuttavia che la magnolia avrebbe attivato i suoi veleni difensivi, e quindi decise di salire dal basso a sinistra, salire in cima e riscendere sulla destra. Così avrebbe potuto far passare un po di tutto attraverso il suo goloso palato.

Aaaah…

Soltanto che un elefante alter ego di nome Moritz aveva seguito questi ragionamenti da una certa distanza, osservando il movimento della coda della creatura. E questo movimento (in verità era ovviamente l’odorino fascinoso, benché subliminale, emanato da Ermenegilda, e anche un pochino il movimento del culetto) lo aveva talmente eccitato che proprio nel momento della decisione partì a tutta velocità. Ci fù una chiassosa lotta con schiaffi a suon di proboscide, calci, colpi di tromba, fischi e strilli, bacetti e anche un tricchete tracchete d’avorio tintinnante e ritmato. Il generatore di caos aveva colpito.

La magnolia tirò un sospiro di sollievo.

Fatto è che un alteregoino elefantino di nome Max – che nessuno vide – non era del tutto disinteressato in questa lotta volubile; strillava, batteva le zampe per terra e trombettava anche più dei suoi genitori, perché la sua futura esistenza materiale dipendeva ovviamente dalla capacità di convincimento di Moritz e dall’assenso di Ermenegilda. Anzi, il piccolo Max sussurrava le più belle carezze alle orecchie di Moritz che, in preda a turbe sensuali mai assaggiate, si meravigliò delle idee che gli venivano e le provò. Infine ci furono lunghi tastamenti e assaporamenti di proboscide. Gli odori erano quelli giusti. Il piccolo Max si calmò e lentamente calò le palpebre.

Tormento divino.

E prole ribelle.

Un sorriso meraviglioso si sparse su Gaia, si distese, felice. Dallo spazio la si vide brillare radiosa.

© Claudia Podehl

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